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Redpoint

Abbiamo avuto un’idea! Fare rete con professionisti e professioniste che lavorano tra cultura, arte e business con un linguaggio contemporaneo, aprendo nuove occasioni di racconto ai nostri clienti. Incontriamo Francesca Merli, regista e autrice, che ci parla di come il teatro può liberare un potenziale comunicativo significativo.

“Factory”, un termine ormai entrato nell’uso comune in ambito creativo, si riferisce alla celebre casa-studio di Andy Wharol, un luogo di aggregazione per artisti e intellettuali nella New York degli anni 60, 70 e 80.

E proprio la “Factory” ci è venuta in mente quando, un po’ per caso, un po’ per interessi, passioni e attitudini, abbiamo messo insieme due universi apparentemente lontani, ma che hanno tanto in comune: il teatro e l’azienda.

Abbiamo pensato a un modo diverso di fare innovazione – che riscopra, oltre alla tecnologia, le competenze umane di ognuna e ognuno di noi. Si tratterà di una rete di professionisti e professioniste in grado di declinare idee ed esigenze in servizi: dalla formazione e acquisizione di soft skill, all’organizzazione di eventi, dalla comunicazione interna, all’incontro con precisi pubblici di stakeholder.

Per inaugurare la nostra “Red Factory”, vi raccontiamo un primo importante incontro: quello con Francesca Merli, un’artista che indaga la realtà e cerca di trasformarla in esperienze di poesia e bellezza.

 

Ciao Francesca, sei regista e autrice, ma come ti presenteresti a chi non ti conosce?

Lo farei raccontandovi due miei spettacoli.
Il primo si chiama “La Banca dei Sogni”, ha girato in tutta Italia ed è un’indagine su che cosa sognano le persone: dall’infanzia all’anzianità. È un racconto antropologico emozionante, che cerca di restituire le storie di vita di chi incontriamo, perché i sogni portano dentro di sé i ricordi di chi siamo stati e le speranze o le paure di che cosa accadrà.

Il secondo spettacolo è “In Stato di Grazia”, sempre un’indagine teatrale, che vede in scena bambini e adolescenti portatori di disabilità e non. In video, i loro genitori, che li osservano da lontano. Parla dell’amore inesorabile tra figli e genitori, che va oltre ogni difficoltà. È una storia di formazione, una sorta di Pinocchio, in cui i ragazzi devono trovare il modo di diventare adulti e camminare da soli.

 

Hai parlato di “indagine teatrale”, che cosa intendi?

Io e il mio team creativo mappiamo un territorio, che sia fisico o metaforico, e incontriamo le persone, le intervistiamo, andiamo a chiedere loro come stanno, che cosa ne pensano su un determinato tema, le filmiamo o le portiamo in scena. E con questo costruiamo i nostri spettacoli teatrali. Le persone sono come dei libri, hanno dentro di sé una miriade di storie che non aspettano altro che essere raccontate.

E a volte queste operazioni artistiche incontrano il mondo del business.  

Sì, certo, lavoro da anni con aziende che mi chiamano con il desiderio di raccontare ciò che fanno e ciò che sono, ma con l’approccio umano, relazionale che solo il teatro può portare. Anzi, più che di “aziende” mi piace parlare di “comunità di persone”, un piccolo grande mondo che contiene diverse popolazioni: i manager, gli impiegati, le reti consulenziali, le reti vendita, e così via… C’è sempre un fattore che lega la storia dell’impresa con la storia di ogni singola persona al suo interno: può essere un fatto accaduto, un valore, un aneddoto, una relazione, una missione… Perché quella persona si trova in quell’azienda? Che cosa lo ha portato lì? Che cosa sogna? Quali valori ha in comune con gli altri?

 

Perché entrare in un’azienda con il teatro e con l’arte può essere sorprendente?

Perché oggi c’è un forte bisogno di esprimersi, di trovare un canale dove incanalare la propria creatività. Se le persone al lavoro non esprimono la loro identità, che è fatta non solo di chi sono ma delle competenze e delle passioni che portano in ufficio, allora è un problema. Portare il teatro in azienda significa fare questo: dare non soltanto a loro, ma anche all’organizzazione, nuovi strumenti di comunicazione. Guidarli nell’uso di questi strumenti, e poi affidarglieli, perché li possano applicare durante il lavoro.

 

Che tipo di impatto ha questo processo artistico su persone che solitamente non fanno arte?

Tutte e tutti, alla fine del percorso, rimangono sempre molto coinvolti. L’incontro con il mezzo teatrale è un evento extra-ordinario. Non siamo tutte e tutti artisti, è vero, ma possiamo usare l’arte per essere creatori e creatrici di qualcosa. Bisogna prima di tutto legittimarsi a farlo (e non è scontato) e poi trovare la chiave giusta per entrare in quella parte di sé libera, ma con regole precise. È come scoprire per la prima volta qualcosa che c’è sempre stato.
Ho sentito dire:
“Ma allora anche io posso emozionarmi ed emozionare!”
“Anch’io posso cantare!”
“Anche io posso dire questa cosa ad alta voce!” e così via.
Questo approccio, qualsiasi sia la sua destinazione, dà alle persone strumenti di autodeterminazione e consapevolezza che poi possono portare nel loro lavoro quotidiano in azienda.

 

Che tu conduca un corso di formazione o che faccia la regia di un evento, qual è la ricaduta interna ed esterna, in termini di comunicazione?

Collaboro con l’azienda nell’intercettare certi valori, magari nascosti o non ancora espressi, per renderli visibili a tutti. In primis all’interno. Non dobbiamo dimenticare che le persone sono esse stesse vettori di comunicazione verso l’esterno. Ed è per questo che è importante prendersene cura.

In secundis, il teatro va a dare degli skill nuovi alle persone, legittimandoli a usare degli strumenti che già esistono nella loro “cassetta degli attrezzi” umana e professionale (come empatia, pensiero trasversale, ascolto, dialogo, ecc.).

 

Mi fai qualche esempio?

Si può imparare, col teatro, a scambiarsi di ruolo, a mettersi nei panni dell’altro e dell’altra, ascoltando, osservando, sospendendo il giudizio, accettando e accogliendo. Si impara, naturalmente, anche a superare l’imbarazzo o la vergogna di parlare davanti a un pubblico, di farlo bene, con voce sicura, con un corpo che comunica, con un linguaggio che racconta.
Si impara a raccontare un lavoro, un’attività, un progetto in maniera precisa, ma anche genuina.

 

In un tempo in cui “innovazione” coincide sempre più con “tecnologia” e “intelligenza artificiale”, dove si colloca il teatro? Qual è il suo vero valore aggiunto?

L’AI e le nuove tecnologie ci offrono una pluralità di sguardi, raddoppi, sovrapposizioni: un bombardamento visivo e informativo che ci fa spesso perdere il fuoco su dove e cosa guardare, alimentando una proliferazione di contenuti ad altissima velocità. L’innovazione è figlia del suo tempo, non si può negarlo, ma, come il regista Lukasz Twarkowski afferma nello spettacolo “Oracle”, recentemente in scena al Piccolo Teatro di Milano, “per capire la macchina diventerai la macchina”: un monito potente che fa paura, perché non vogliamo e non dobbiamo diventare macchine.

In questo quadro, il teatro riafferma il proprio valore proprio perché rallenta, mette a fuoco, restituisce un’esperienza condivisa di presenza e ascolto. La tecnologia può portare grandi benefici all’uomo; la questione decisiva resta: come e con quali fini le scoperte vengono integrate nell’intelligenza umana?